Per i bambini
UNO SPAZIO DI ASCOLTO E CURA PER IL DISAGIO INFANTILE

Sempre più spesso i nostri bambini sono soggetti a sintomi cui è difficile dare una risposta. Iperattività, ansia e insuccesso scolastico sono solo alcuni dei sintomi che i bambini possono presentare, spesso si trovano annodati tra loro e sono fortemente diffusi.
Le famiglie e le scuole si trovano alle volte impreparate a gestire e assistere i bambini nel difficile processo della crescita. Per aiutare famiglie e formatori a conoscere, capire e affrontare queste emergenze, è nato il Centro Gianburrasca.

Con gli strumenti della parola, del disegno e del gioco il Centro Gianburrasca supporta e assiste i bambini che hanno bisogno di essere seguiti per superare le loro difficoltà.
Attraverso un percorso mirato e specializzato, l’obiettivo del Centro è quello di fare ritrovare ai bambini la serenità smarrita e le potenzialità creative proprie dell’infanzia.

Il Centro Gianburrasca offre uno spazio di ascolto e cura individuale e personalizzato in grado di accogliere le esigenze specifiche di bambini e preadolescenti.

IPERATTIVITA’

CHE COS’E’?
Gianburrasca nasce come Centro per il trattamento dell’iperattività nel 2007. Da allora abbiamo aiutato centinaia di bambini con questa nuova forma di disagio. L’iperattività è un fenomeno infantile recente, epidemico, tipicamente maschile, presente in tutta la società Occidentale. Non bisogna confonderlo con la vivacità tipica dell’infanzia, perché a differenza del bambino vivace il bambino iperattivo non “riesce a fermarsi”. L’agitazione motoria, l’incapacità di concentrarsi nel gioco, talvolta l’aggressività improvvisa, sono i segni più evidenti di questo disagio, ma è solo con l’ingresso nella scuola dell’infanzia e poi alla scuola primaria che il bambino realmente iperattivo non riesce a inserirsi nell’istituzione. Gli educatori e gli insegnanti sono i primi ad accorgersene: difficoltà nel gioco, isolamento, irrequietezza eccessiva, e talvolta qualche comportamento aggressivo nei confronti degli altri bambini. Può essere presente anche un rifiuto dell’autorità e una sostanziale indifferenza al rimprovero o alla lieve punizione.
Questi bambini sono abitati da un eccesso di tensione psichica che non riescono a padroneggiare, che li sovrasta, ed è da loro che proviene la diagnosi più sicura che dobbiamo ascoltare senza minimizzare: “non riesco a fermarmi”. Le cause dell’iperattività non sono di natura cerebrale, genetica o esclusivamente individuale in termini di deficit di controllo del singolo bambino, come se fosse isolato dal contesto famigliare e culturale in cui è nato.
Il solo fatto che l’iperattività sia una manifestazione recente, di cui non ci sono tracce, almeno in termini di numero, nei bambini delle generazioni precedenti, ci indica che il problema è di natura sociale, riguarda la società contemporanea.
I genitori sono in difficoltà anche estrema con un figlio iperattivo; perché non riescono a gestire l’iper-eccitazione del bambino, o le continue richieste di attenzione, l’inutilità delle promesse di punizione, l’irrequietezza in casa, o la difficoltà di concentrazione nelle prime esperienze di studio. Anche sul versante scolastico i genitori di un bambino iperattivo possono trovare difficoltà, spesso di reciproca comprensione, tra loro e gli insegnanti.
Un bambino iperattivo non può fermarsi, se non viene aiutato.

DSA, DISTURBI DELL'ATTENZIONE E DELLA CONCENTRAZIONE

COSA SONO?
I Disturbi Specifici dell’Apprendimento, i DSA, fanno parte della famiglia dei disturbi evolutivi specifici e consistono in difficoltà selettive inerenti all’apprendimento in ambito scolastico.
I più comuni sono:
– Dislessia: difficoltà a leggere in maniera sufficientemente veloce e corretta, nonché a comprendere il senso del testo scritto.
– Disgrafia: difficoltà di riproduzione scritta di segni alfabetici e numerici.
– Discalculia: difficoltà di acquisizione delle regole aritmetiche e matematiche elementari.
– Disortografia: mancato rispetto delle regole di trascrizione dalla lingua parlata a quella scritta.
– Disturbo specifico della compitazione: difficoltà di suddividere in sillabe le parole.
In generale i DSA sono deficit selettivi che si presentono in forma più o meno mista e che evidenziano un quadro generale di difficoltà nel campo dell’apprendimento cognitivo. Tuttavia la diagnosi di DSA esclude che la causa del problema possa essere ricondotta a insufficienti capacità intellettive, mancanza di istruzione o deficit di natura sensoriali.
Si tratta dunque di problematiche relative all’apprendimento non determinate da deficit strutturali e/o cerebrali. Piuttosto i DSA sono deficit funzionali, ovvero riguardano le modalità con cui sistemi cognitivi, potenzialmente operanti in maniera adatta, si trovano invece a funzionare in maniera ridotta.
Insieme al DSA si riscontrano il più delle volte problematiche emotive ed affettive. Le emozioni hanno infatti il potere di interferire nei processi cognitivi, fino ad invalidarli. È ciò che accade molto spesso in bambini con un quadro clinico di DSA, in cui il disturbo cognitivo è principalmente dovuto alla presenza di conflitti affettivi che riguardano il rapporto del bambino con il proprio campo sociale. Per tenere a bada queste emozioni difficilmente elaborali, la mente del bambino impiega tempo, energie ed attenzione, tutte risorse che, in assenza di problematiche affettivi, potrebbero essere spese per il potenziamento cognitivo e per i compiti legati all’apprendimento scolastico.

PAURE, FOBIE, OSSESSIONI INFANTILI

COSA SONO?
L’infanzia non è sempre un periodo sereno della vita. Gli eventi possono avere un impatto più diretto sul bambino rispetto all’adulto. I bambini hanno meno mezzi psicologici per sopportare l’angoscia o i grandi cambiamenti della loro vita.
Dalla nascita in poi ogni bambino fa diretta esperienza di eventi reali, primo fra tutti l’alternarsi disordinato di piacere e dispiacere a livello psicofisico, ai quali risponde in modo soggettivo, cioè con più o meno angoscia, paura, oppure senso di sicurezza e calma interiore. Ogni bambino dal punto di vista psicologico è un essere unico con caratteristiche uniche.
Il rapporto con i genitori, il rapporto dei genitori tra loro e nei confronti del bambino, l’inizio della scuola dell’infanzia, la nascita e la presenza dei fratelli, gli incontri e i fatti della vita vengono vissuti da ogni bambino in modo diverso e imprevedibile.
Questa debolezza originaria dei bambini nei confronti degli eventi della vita può produrre delle manifestazioni sintomatiche che toccano il corpo e i comportamenti.
Difficoltà scolastiche, tristezza, agitazione, disinteresse per l’apprendimento, paure notturne tenaci, rituali bizzarri, difficoltà estrema di separarsi da un genitore, sentimento di svalutazione di sé, gelosie, enuresi notturna.
Altre volte il disagio si manifesta con aggressività, instabilità, collere ripetute, forme depressive, rifiuto delle regole, fobie, inibizioni.
La posizione dell’Equipe del Centro Gianburrasca, nei confronti di tutte queste forme di disagio infantile è questa: che questi sintomi abbiamo o meno una relazione con eventi o fatti, sono tutte manifestazioni di una rottura o di un conflitto con l’Altro, o più in generale di una sofferenza che implica qualcosa che deve essere tradotto, letto, detto, disegnato, simbolizzato di questo conflitto con l’Altro.
I bambini sono estremamente recettivi al modo in cui gli si parla e a come li si tratta.
Il sintomo è un messaggio che dice qualcosa in modo nascosto. I bambini soffrono, nei modi con cui soffrono, per una carenza di capacità o di occasioni per parlare e dire quello che non sopportano.

DISTURBI DELL'ALIMENTAZIONE

COSA SONO?
Se si da solo da mangiare ad un bambino, non lo si nutre come ci chiede con il suo pianto fin dalle prime fasi della vita. Il modo con cui un bambino o una bambina “sentono” di essere amati, anche al di là della qualità e quantità affettiva e materiale delle cure ricevute dalla madre e dal padre, è assolutamente soggettivo.
In infanzia si può cominciare a strutturare un legame tra il disagio psicologico e il modo con cui ci si rapporta con il cibo.
Molti bambini, nella società che ha sconfitto la fame, soffrono di problemi alimentari.
Il rapporto con il cibo riveste una importanza enorme in infanzia e non solo per una ragione di vita e salute, ma anche per misurare il benessere o il malessere di un bambino o di una bambina. Il disagio psicologico prende spesso la via della problematica alimentare.
Inappetenze improvvise, eccessi alimentari, capricci ostinati e inarrestabili al momento del pasto, selezione estrema dei cibi, fino alle forme più severe di anoressia o obesità.
I sintomi alimentari infantili, se si fissano, se diventano ripetitivi e persistenti, segnalano sempre un problema soggettivo che non si deve trascurare.
L’equipe del Centro Gianburrasca interpreta i disagi alimentari come un messaggio che il bambino invia all’Altro e che si tratta di decifrare. Messaggio di disagio che la famiglia può non comprendere, cercando di correggere il comportamento alimentare del bambino.
Nel nostro Centro la cura non punta alla rieducazione immediata dell’alimentazione, ma cerca con lo strumento della parola e del legame positivo tra il bambino e lo psicologo, di capire insieme a lui che cosa si nasconde dietro il suo rapporto con il cibo. Il bambino viene invitato a pensare al suo rapporto con il cibo, non come ad una irregolarità da correggere, ma come il punto di partenza per parlare di altre cose della sua vita, del suo modo di viverle e di patirne all’occasione.
L’obiettivo di normalizzare l’alimentazione si può raggiungere dopo un percorso che permetta al bambino di spiegare, di formulare a modo suo, il disagio che lo attraversa, e di poterlo superare insieme a chi lo ascolta.

DIPENDENZA DA VIDEOGIOCHI

CHE COS’E’?
Nel corso degli ultimi anni, a partire dalla diffusione capillare di Internet, si è assistito alla nascita di nuove forme di dipendenza, tra queste un ruolo particolare spetta ai videogiochi online.
Quello che abbiamo verificato, attraverso la nostra pratica clinica con l’infanzia, è stato un significativo abbassamento dell’età in cui gli utenti iniziano a giocare. Bambini di 6-8 anni che passano ore della loro giornata davanti al monitor di un pc, sono una novità senza precedenti.
Spesso ciò che viene messo in atto attraverso l’utilizzo eccessivo dei videogiochi, è un tentativo di difesa verso il mondo sociale, isolarsi in una realtà virtuale permette al bambino di escludere l’incontro, a volte preoccupante, con gli adulti e con i pari.
Problematiche difficili da affrontare con i propri genitori, vengono occultate da questa pratica, che non contempla lo scambio relazionale tipico dei rapporti umani. Lo scambio simbolico del gioco e della parola, i corpi in movimento che interagiscono tra loro e con il mondo, sono tutti elementi che vengono esclusi dalla fruizione dei videogiochi online e delle comunità virtuali ad essi collegati.
Quando un genitore si preoccupa per il tempo eccessivo passato dal proprio figlio davanti allo schermo del computer e della conseguente chiusura del bambino verso il mondo, può essere di aiuto rivolgersi agli specialisti del Centro Gianburrasca.
Scappare da una realtà che fa paura per viverne un’altra senza rischi, ma inumana, sembra essere il rischio maggiore collegato a questo tipo di dipendenza, le cui cause possono essere molteplici.
Quando la realtà appare insostenibile per il bambino, egli può trovare un rifugio sicuro in una realtà virtuale, alternativa, che soprattutto alcuni videogiochi di ruolo incarnano fin troppo bene. Nel momento in cui questo rapporto diventa però l’unico mezzo di contatto con il mondo, facilitato dalle possibilità potenzialmente infinite del gioco (non si muore mai), per ritrovare il piacere del rapporto umano possono non bastare le attenzioni e le cure dei genitori.

DISTURBI DELLO SPETTRO AUTISTICO

CHE COS’E’?
“Imparare a capirsi”
I Disturbi dello spettro autistico, che si manifestano nella prima infanzia, includono una serie di fenomeni che si possono osservare in alcuni bambini: uso stereotipato dei movimenti, del linguaggio e degli oggetti; rituali motori e/o verbali, resistenza al cambiamento, eccessiva aderenza a routine; fissazione per interessi particolari o ristretti, in modo eccessivo nella durata e nell’intensità; iper- o ipo-reattività agli stimoli sensoriali o interesse per inusuali dettagli dell’ambiente. Spesso si ritrovano anche forme di mutismo o incapacità relazionali. L’intensità con la quale questi comportamenti vengono manifestati è differente caso per caso, dunque accanto alla diagnosi bisogna sempre ritagliare la particolarità individuale di ogni bambino o adolescente che manifesta questi segni di sofferenza. Ma se vogliamo isolare in tutti questi bambini un elemento psichico che li accomuna, è quello del rifiuto della relazione con l’Altro.
Ognuno di questi bambini, per ragioni che restano segrete, inesplicabili, “sceglie” di erigere una barriera difensiva estrema nei confronti della relazione con il mondo esterno. Questa difesa viene messa in atto con i comportamenti che rientrano nello spettro autistico.
Allo stato attuale degli studi su queste forme di disagio -che tendono ad aumentare nella società contemporanea- nessuno possiede una conoscenza sufficiente per affermare che cosa sia e da cosa sia generato l’autismo e tutte le variazioni che prendono il nome di “spettro autistico”. Ma questa mancanza di conoscenza sulle cause non impedisce di osservare questo fenomeno psichico che appartiene agli esseri umani, non come una malattia da curare ad ogni costo, un handicap mentale o organico, ma come una certa risposta all’esperienza della nascita che accomuna molti bambini. Quello che si può fare è, prima di tutto, uscire dalla prospettiva dell’handicap. Secondariamente, entrare nella umanizzazione di questo disagio, che ci permette anzitutto di accogliere questi problemi individuali senza la volontà di correggerli, di guarirli a tutti i costi. L’idea-guida per un trattamento è quello di una progressiva socializzazione del bambino o adolescente rispettando e in molti casi utilizzando le particolari competenze che questi giovani si costruiscono da soli. Tutti sappiamo che il ruolo degli oggetti, del sapere, della specializzazione, è molto presente nella vita di ciascun bambino che rientra nella descrizione clinica. In questo senso il guarire non è un concetto adatto a questi bambini; si tratta di trovare un posto per ciascuno di loro, a modo loro, nella società. Non è diverso in fondo da quello che impegna ogni essere umano: “trovare il proprio posto” non è un fatto naturale, ma è un processo che chiamiamo educazione e che richiede la collaborazione del bambino.
Aiutare questi bambini a collaborare per la loro crescita sociale è l’obiettivo fondamentale di un trattamento dello spettro autistico.
Il punto di vista dell’equipe del Centro Gianburrasca su queste forme enigmatiche di disagio infantile non riguarda la genesi, le cause all’origine di questi fenomeni infantili, che rimangono oscure, ma si concentra su come intervenire con questi bambini per, anzitutto, costruire una relazione di fiducia tra il bambino e chi si prende cura di lui.
La “costruzione di una fiducia” anche minima, è la base di partenza di una cura possibile per questi bambini e adolescenti.
Si tratta di accogliere il sintomo come una scelta del bambino e non come una malattia da curare. A partire da questa base si cerca, ed è sempre il bambino che indica la via, di fare un percorso insieme, per fare in modo che lui stesso impari a conoscere le sue potenzialità e le condivida con chi lo accoglie al Centro Gianburrasca.
Noi non pensiamo mai in termini di handicap, mentale o organico. Questo non significa affatto negare i problemi di questi bambini, o le possibili componenti organiche e biologiche, ma cercare con il bambino di costruire una relazione, favorendo un’apertura del bambino che possa gradualmente favorire, in un lavoro che ha bisogno di tempo e di fiducia, una nuova nascita della sua soggettività.

DALL'INFANZIA ALLA PUBERTÀ: LE CRISI DELLA CRESCITA

Il Centro Gianburrasca non si occupa solo di bambini, dell’infanzia e dei suoi problemi, ma estende il suo intervento ai giovani che entrano nella prima fase della pubertà; dagli 11 ai 13 anni, l’età delle scuole medie, il corpo di maschi e femmine incontra l’inizio della grande trasformazione che porta alla sessualità matura. Dal punto di vista della psicoanalisi è questo un momento di particolare importanza psichica per ogni essere umano.
La pubertà ai suoi esordi cambia radicalmente lo statuto di “bambino” con il quale ogni soggetto ha vissuto la sua prima decade di vita, ma pur entrando con il corpo nella maturazione adulta, il “bambino” non è ancora, psichicamente, staccato e lontano. Per questa ragione si sono coniate espressioni come “la terra di nessuno” per definire questa fase della vita.
Inevitabilmente per ogni giovane, maschio o femmina, cambiando così tanto i fatti della propria vita, si tratta di adattarsi al nuovo: un corpo che cambia, una richiesta scolastica che cambia, il rapporto con i genitori che cambia, l’inizio della vita di relazione che include le prime mosse del desiderio oltre che dell’amicizia.
Ma l’aspetto più delicato di questo passaggio di vita, è che il soggetto deve cominciare a costruire la sua identità sessuale e sociale, da solo, perché non esistono regole di crescita psicologica valide per tutti.
In fondo ogni adolescente è solo di fronte alla costruzione di stesso; solo di fronte ai problemi della realtà.
E’ vero che in soccorso agli esseri umani ci sono le regole della società, l’esempio dei genitori, il sostegno delle istituzioni educative e scolastiche, ma nessuna di questi “sostegni alla costruzione dell’identità di ciascuno”, può dirsi completo. Il grosso del lavoro di fondazione della propria esistenza di maschio e di femmina, il giovane lo fa da solo. Negli animali questo “lavoro” di sviluppo dell’individuo, lo fa la natura, negli esseri umani lo deve fare il soggetto con le sue forze e con gli aiuti sociali di cui dispone e ai quali può e deve agganciarsi.
L’Uno si costruisce non senza l’Altro. Ma questo legame tra il giovane e il sociale, tra il giovane e il suo desiderio, il suo corpo, le sue ambizioni, i suoi ideali, non è garantito in modo assoluto.
Da questa mancanza di garanzia, e dalle difficoltà, dai traumi, dai conflitti che il bambino può incontrare nei primi anni di vita, dipende la capacità del giovane non più bambino e non ancora adulto, di questo individuo “in divenire”, di costruire la propria identità.
Da questa solitudine nella costruzione della propria identità, possono prodursi i disagi della giovinezza che le sono caratteristici:
Problemi alimentari.
Conflitto con i genitori.
Isolamento sociale
Senso di vergogna e inadeguatezza.
Difficoltà scolastiche.
Aggressività, forme depressive, noia e assenza di stimoli, autolesionismo, fino a sintomi più gravi che possono spingere il soggetto a tentare di porre fine alla sua vita.
Quando in un giovane appaiono segni di questi disagi non bisogna trascurarli; nel rispetto della sua persona, ma con senso di responsabilità, educatori, insegnanti e genitori, devono cercare di prospettare al giovane una forma di via di uscita e di messa in discussione del suo dolore, dei suoi comportamenti, delle sue crisi.
L’Equipe di Gianburrasca è pronta ad accogliere, questi giovani, le loro famiglie, e gli insegnanti in cerca di orientamento di fronte alle forme del disagio della giovinezza.

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