Bambini troppo timidi, silenziosi, solitari: l’inibizione infantile

Apr 12, 2020 | News

A cura di Federica Pelligra
Inibizione infantile

Quando il disagio infantile si esprime attraverso forme e comportamenti eccessivi, come l’iperattività e o l’iper-aggressività, o ancora con un eccesso di vivacità difficilmente arginabile, è più facile che gli adulti di riferimento (genitori o insegnanti) arrivino precocemente ad interrogarsi e a farsi carico delle problematiche che questi comportamenti del bambino esprimono, non fosse altro per le difficoltà di gestione che tali forme sintomatiche comportano per il contesto che lo circonda.

Al contrario, quando il disagio si esprime sul lato dell’inibizione, sul lato del “difetto” più che dell’”eccesso”, l’adattamento alla realtà può sembrare eccellente e non destare problemi al contesto, che solo tardivamente comincia a leggere comportamenti inibiti come espressione di un disagio.

L’inibizione patologica, che occorre distinguere da un normale grado di timidezza e pudore, può rivelarsi in tutti i campi e coinvolgere tanto il piano motorio quanto quello cognitivo e relazionale. In ogni caso l’inibizione indica sempre la presenza di angoscia o sentimenti di colpa che il comportamento inibito cerca di mimetizzare e sfuggire.

Sul piano delle attività scolastiche, l’inibizione ad apprendere o il rifiuto di conoscere può assumere forme assai diverse. Se da un lato l’inibizione può prendere la forma della «pigrizia», della mancanza d’interesse o dell’incapacità di lavorare se non in presenza di un obbligo imperioso, dall’altro e di sovente i bambini inibiti divengono buoni alunni, estremamente ben educati, sebbene il loro lavoro assuma un carattere compulsivo, rigido, che mostra la perdita di libertà di espressione e di spontaneità tipica dell’infanzia. Sul piano motorio stati di fatica o goffaggine che escludono il bambino dall’attività ludica celano in realtà forme di inibizione che evitano il confronto con i pari, o esprimono la difficoltà ad integrare la realtà con la propria vita immaginativa, a favore della totale esclusione di quest’ultima.

Più in generale e sul piano relazionale, l’inibizione si presenta come un rallentamento del processo di socializzazione. Il bambino non cerca il contatto con i pari, fatica a stringere amicizia, diffida degli adulti di riferimento in ambito scolastico o ne è completamente dipendente. Questa eccessiva timidezza può dar luogo ad uno stile comportamentale di evitamento di quelle situazioni sociali che sono per il bambino fonte di paura, insicurezza e angoscia. La scarsa fiducia nelle proprie capacità relazionali o nell’altro può dunque portare il bambino ad isolarsi, a diminuire le sue interazioni verbali e a ricercare meno il contatto reale con i simili.

Di fronte a tali comportamenti che rischiano di compromettere il potenziale affettivo ed intellettuale del bambino diventa fondamentale individuare e comprendere, con l’aiuto di un esperto, la funzione che il sintomo dell’inibizione assume per il bambino. Esso è infatti indice di un disagio che concerne il tipo di legame che il bambino instaura con gli altri bambini e con l’adulto, a diversi livelli.

Pur trattandosi, in ogni caso, di un legame che sembra non lasciare lo spazio necessario per agire in maniera attiva e propositiva, è necessario comprendere quale funzione assume il sintomo per il bambino: se si tratti di un sintomo di difesa rispetto all’altro, vissuto come eccessivamente angosciante e invadente, o se invece si tratti del segno dell’interiorizzazione di una legge eccessivamente temibile e rigida, che non lascia spazio ad alcuna forma di gratificazione.

In entrambi i casi gli effetti possono protrarsi nel tempo e ripercuotersi sulla vita futura del piccolo soggetto: è opportuno dunque aiutare il bambino a costruire nuove modalità di difesa dall’angoscia che l’incontro con l’altro comporta per lui, e/o cercare di dare spazio ai contenuti e i conflitti intrapsichici vissuti come inaccettabili e aiutarlo ad integrarli in virtù duna legge più morbida e umana.

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